Le cronache del ghiaccio e del fuoco

Scrivere saghe fantasy lo può fare chiunque, chiamarsi R.R. ne sono capaci solo in due: un professore di Oxford e…

Molti inverni fa, di ritorno da una trasferta lavorativa, mio padre mi regalò i primi quattro volumi dell’edizione italiana de Le cronache del ghiaccio e del fuoco (A song of ice and fire), saga letteraria «fantasy» di George R. R. Martin di recente trasposta in TV dalla HBO. Col senno di poi, credo sia stato uno tra i regali più spettacolari di sempre —e non è facile giocarsela alla pari con il galeone pirata della Lego.
Ricordo però che il primissimo impatto non fu dei migliori: tra le orribili copertine che i libri di genere si sono visti appioppare in Italia, quelle dei libri di Martin si distinguono per l’accanimento con cui violentano l’estetica del volume e l’intelligenza del lettore. La miglior definizione per un anonimo crociato in computer grafica anni ’90 ed il suo cavallo deforme (sesto volume italiano, I fiumi della guerra) è «fantasy da super-market», genere che idealmente raccoglie tutti quei libri caparbiamente venduti a 3’900£ ammucchiati nelle ceste delle «offertissime» dei centri commerciali. Alla serie è stato poi riservato un trattamento completo, che spazia dalle inutili libertà del traduttore, per le quali vi suggerisco di cercare su google, fino ai font sbagliati sulle cartine con tanto di rettangolino unicode al posto dei caratteri mancanti, che fa molto relazione stampata last-minute.

Nonostante l’impegno della casa editrice a spacciare Le cronache per l’opera dell’ennesimo Tolkien-wannabe, la serie si è rivelata originale e ben costruita, oltre che incredibilmente appassionante. Chiaramente non può piacere a tutti ed in particolare non piacerà agli integralisti dell’high fantasy, che troveranno poco lembas per i loro denti da orchetto: è il dettaglio con cui sono stati delineati i personaggi, la loro storia e la complessità delle loro ambizioni e passioni, dalle più grette alle più nobili, a mettere in moto la trama coerentemente e non il contrario; quella terribile sensazione che i protagonisti siano pupazzi malleabili, costretti dai binari di un baraccone fantasy ad un susseguirsi lineare di ostacolo-risoluzione-premio è quanto di più lontano possibile dalla ricchezze e dal realismo della trama de Le cronache —senza nulla togliere alla dignità dell’hack and slash nei videogame, in cui è il giocatore a dover dare spessore e personalità al suo alter-ego digitale.

Dalla lettura dei libri di Martin, dalla visione della serie TV e dalle interviste rilasciate dall’autore, è evidente il suo amore per Tolkien ed i canoni del genere involontariamente imposti da Il Signore degli Anelli, ma anche l’impegno nel superarli, nel non fossilizzarsi su di essi ma nell’usarli come punto di partenza per andare oltre, esplorare le altre possibilità offerte dal genere fantastico per eccellenza. Chi ha letto Il Signore degli Anelli con tanta determinazione da «studiarne» anche le appendici, in cui, tra il calendario Hobbit e la pronuncia elfica, trovano spazio le cronache del regno di Aragorn e la morte di Arwen, forse ha provato la sensazione che tra quelle pagine apparentemente trascurabili ci fosse materiale a sufficienza per un racconto interessante almeno quanto quello del lungo viaggio della Compagnia dell’Anello. Forse non altrettanto epico, ma non meno drammatico. Martin ha metaforicamente scritto questo racconto: il racconto di cosa succede dopo che l’Oscuro Sire è caduto, quando le Alleanze tra i popoli contro il Nemico comune non hanno più motivo di esistere, gli eroi di guerra ritornano alle loro case e qualcuno deve sedersi su un trono a decidere di tasse e raccolti. Insomma, quello che succede quando la situazione diventa drammatica, e gli eventi iniziano a precipitare.

Lo stesso Tolkien si rese conto di avere abbastanza materiale per proseguire la saga, avendo iniziato la stesura di libro intitolato The new Shadow ambientato durante la quarta era, ma abbandonò il progetto dopo una trentina di pagine poiché, tra intrighi, società segrete e culti «satanici», si stava allontanando troppo dal fantastico per come era stato inteso nei libri precedenti.

Ora, poiché ogniqualvolta un autore produce un’opera che non rispetta tutti i canoni del genere ci si sente in dovere di coniare un nuovo termine (come «electro punk suburbano», ma per pudore non citerò l’origine), ho stabilito di chiamare questa «evoluzione» del fantasy, con grande sforzo creativo, post-fantasy. Vediamo quindi in che modo Martin è riuscito lì dove il suo maestro non ha voluto cimentarsi.

Come ne Il Signore degli Anelli anche Le Cronache del ghiaccio e del fuoco inizia con una scena domestica: la visita di Re Robert Baratheon e della sua corte al vecchio compagno di battaglia ed attuale protettore del nord Eddard Stark. Il motivo che ha spinto il Re a lasciare la capitale per intraprendere un viaggio così lungo (cosa di cui non saranno consapevole i possessori dell’edizione da 22€ astutamente priva di cartina) viene presto rivelato, mettendo in moto una serie di eventi e rivalità che muoveranno la trama dei primi volumi. Mentre la narrazione procede, coinvolgendo nuovi personaggi ed intrecciando le relazioni tra di essi, e l’azione si sposta in ambientazioni spesso molto distanti tra di loro, si compone anche il mosaico degli eventi precedenti la visita di Re Baratheon.

La sensazione è proprio quella anticipata qualche riga fa, che tutto il «fantasy» sia già avvenuto: scopriamo infatti che quindici anni prima gli Stark, ed altre Grandi Case, guidate da Robert, si sono sollevate contro il Re Folle Aerys II, della casa Targaryen, un tempo signori dei draghi e legittimi portatori della corona dei Sette Regni. Quella che a tutti gli effetti è stata una rivoluzione, scatenata da un torto personale del figlio di Aerys II alle case Stark e Baratheon, fa di Re Robert un usurpatore, il cui diritto a governare è legittimato esclusivamente dalla vittoria sul campo di battaglia, guadagnata anche attraverso il tradimento delle altre Grandi Case, la cui fedeltà fu strappata ai Targaryen attraverso matrimoni combinati e calcoli politici. Re Robert si rivela però un pessimo marito, un padre inesistente ed un Re incapace, un uomo annoiato, intrappolato in una visione eroica e romantica del suo passato guerriero che rivela tutta la sua ipocrisia quando riviviamo la storia dal punto di vista dei perdenti, gli ultimi eredi Targaryen sopravvissuti al massacro della famiglia. Siamo portati a simpatizzare per personaggi con obiettivi inconciliabili, incapaci di decidere da che parte stia la ragione, chi sia la vittima e chi il carnefice.

La guerra si rivela quindi in tutta la sua crudezza, motivata non dalla contrapposizione di ideali, tra il Bene ed il Male, dalla lotta per la libertà, ma da interessi ed ambizioni personali; uno scontro condotto non solo sul campo di battaglia, ma anche attraverso il tradimento dei giuramenti, il saccheggio di villaggi indifesi, lo stupro e l’infanticidio. Anche i «buoni» possono cedere alle necessità del momento, venendo a patti con la propria moralità a volte in modo permanente, ma sempre coerentemente con l’evoluzione del personaggio. La presunta nobiltà delle Grandi Case, impegnate a perseguire i loro obiettivi travolgendo e distruggendo le vite degli uomini al loro servizio, è legittimata dalla loro potenza economica e militare, raramente dalla loro capacità di governare ed amministrare la giustizia.

Nel realismo «asciutto» del racconto il guerriero capace da solo di sconfiggere una quindicina di nemici, lo stregone in grado di disperdere interi eserciti, semplicemente non trovano spazio: parafrasando uno dei personaggi principali, tutti possono morire (e lo fanno) e nessuno è insostituibile. Il pathos impresso sulla brutalità dello scontro fisico restituisce una sensazione di fatalità al combattimento che altri autori sembrano quasi parodiare con strane coreografie e balli di gruppo tra il protagonista e dozzine di nemici-sagoma.

In un mondo che sembra essere «andato oltre», corrotto, anche gli elementi più «folkloristici» del fantasy sembrano ormai perduti, diventando argomento per leggende e superstizioni, oppure sopravvivono solo attraverso le vestigia di civiltà perdute ed artefatti il cui valore è più simbolico che reale; le parole di Maestro Luwyn riguardo la magia e gli essere soprannaturali (riportate dalla serie TV), rendono perfettamente quanto detto: «They are gone from the world, along with much else. These are dreams, Bran, nothing more. […] What about all the dreams you had that didn’t come true? […] Maybe magic once was a mighty force in the world, but not anymore. The dragons are gone, the giants are dead and the Children of the Forest forgotten».

In un quadro così disincantato e cinico assumono però tutto un altro spessore gli atti di lealtà e di altruismo che, in un mondo fatto di tonalità di grigio, possono provenire da quasi ogni personaggio, restituendo una sensazione di umanità e fragilità che è difficile da trovare anche al di fuori della letteratura di genere. Gli elementi fantastici che lentamente emergono nella trama, pur non alterando gli equilibri tra le forze in gioco, sembrano indicare che la possibilità che qualcosa di buono avvenga non è inevitabilmente preclusa e che, a prescindere da qualunque provvido intervento divino, la realtà non debba necessariamente limitarsi all’esercizio della violenza dei forti sui deboli; particolarmente affascinante, se mi perdonate il gioco meta-letterario, è il titolo annunciato per l’ultimo volume della saga, il settimo: in un mondo in cui gli inverni durano anni, e, citando la mitica Vecchia Nan, «little children are born and live and die all in darkness», è bello sapere che l’ultimo libro sarà A Dream of Spring.

Riassumendo, al di là di ogni ironia, la serie de Le Cronache del ghiaccio e del fuoco non può piacere a tutti, semplicemente perché non è necessariamente l’intrigo e l’ambiguità quello che si va cercando in una saga fantasy; certo è che può valere la pena dare una possibilità a Martin, perché il risultato potrebbe essere inatteso e sorprendente, a patto di avere un po’ di stomaco (alcune scene sono decisamente disturbanti) e soprattutto dedicare un bel po’ di attenzione alla lettura ed avere la pazienza di arrivare in fondo ai primi due libri dell’edizione italiana (Il Trono di Spade ed Il grande inverno), tratti dall’originale A Game of thrones.

Forse, come Tyrion Lannister, abbiamo tutti un debole per storpi, bastardi ed altre cose rotte.

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