RASL di Jeff Smith

Vicino Longyearbyen, principale cittadina dell’arcipelago norvegese di Svalbard, a circa 1300km dal Polo Nord, si trova il Svalbard Global Seed Vault, un complesso sotterraneo blindato, il cui compito non è custodire inutili banalità quali contante, metalli e pietre preziose o documenti segreti. Nel deserto artico, sotto metri di roccia gelida, in stanze dalle pareti di acciaio mantenute a -18°C è conservato il bene più prezioso dell’umanità: semi.
Un milione e mezzo di semi, un gigantesco  archivio genetico per assicurare la bio-diversità e l’accesso alle sementi anche nel peggiore degli scenari possibili.
Sembra una missione di Fallout, «Access the Longyearbyen Vault and recovery the food croops seeds»,  del DLC Operation: Svalbard, ma esiste davvero.

Il centro città di Longyearbyen (trad. «città dell’anno lungo»), il cui motto è «Unique, secure and creative» (fonte: wikipedia).

Perchè scrivo tutto ciò? Per introdurre teatralmente la seguente affermazione: se per un qualunque motivo (ad esempio: assunzione di sostanze psicotrope) il governo norvegese mi chiedesse di scegliere 3 produzioni fumettistiche da conservare per l’umanità che verrà nel post-olocausto, non avrei dubbi: i Peanuts, di Schulz, Calvin & Hobbes, di Watterson e Bone di Jeff Smith.
Sicuramente farei torto ad una tonnellata di opere straordinarie, ma il punto è che nessuno, tra gli autori che ho letto (e sono tanti), ha saputo mantenere il suo lavoro fresco ed emozionante dalla prima all’ultima vignetta come Schulz, Watterson e Smith; diamine, anche Alan Moore ogni tanto ha perso qualche colpo. ALAN MOORE! Probabilmente mi ha già maledetto per aver scritto una cosa del genere!

Con questa premessa, spero di aver reso bene lo stato di immensa aspettativa con cui mi sono approcciato a RASL di Jeff Smith, la nuova fatica fumettistica dell’autore proposta in Italia da BAO, già editore di Bone. È bene sapere che negli Stati Uniti RASL è uscito, in maniera un po’ irregolare, dal 2008 al 2012, terminando con il quindicesimo numero di agosto; l’edizione italiana è iniziata con il completamento della serie per esplicita richiesta dell’autore (fonte: me del passato, presente all’incontro con Smith a Lucca Comics 2011), a causa della travagliata storia editoriale di Bone: importato inizialmente da Macchia Nera, al suo fallimento è passato alla Lexy Production, riuscita nell’eroica impresa di pubblicarne un solo numero, prima di fallire a sua volta (forse c’era un achievement, non so). La serie è stata finalmente completata da Panini Comics e successivamente ristampata in edizione a colori, per poi approdare in BAO ed essere nuovamente ristampata nel 2011 in volume unico in bianco e nero (come l’edizione originale, la cui colorazione è successiva) in occasione del ventennale dal primo numero.
La buona notizia è che RASL uscirà regolarmente, per un totale di 4 volumi a cadenza trimestrale.

Prima di passare al contenuto del volume, giudichiamolo un po’ dalla copertina, con qualche altro dettaglio sull’edizione: 112 pagine, corrispondenti ai primi tre capitoli, brossurato 21×30cm, bianco e nero su carta non patinata da 120g, disponibile con tre copertine diverse, una per perdenti e due «convention special edition» per i tipi ganzi (inutile specificare quale sia la mia), traduzione a cura di Michele Foschini (uno dei fondatori della casa editrice), il tutto a 12€. Per chi non fosse pratico, 21×30cm è praticamente un A4, un formato molto generoso per un fumetto; i feticisti della carta patinata se ne facciano una ragione, in RASL il contrasto tra bianco e nero è netto, una carta lucida sarebbe stata abbronzante. E poi la carta patinata non ha un buon odore. 12€, per intenderci, è un prezzo più che onesto per questa bella edizione, apparentemente molto «robusta».

Ora passiamo al contenuto. Fino ad oggi Smith si è cimentato in opere fantastiche, adatte ad un pubblico piuttosto ampio; Bone, ad esempio, è stato efficacemente descritto come l’incontro fecondo tra Carl Barks e Tolkien. Ci sono fumatori di sigaro, alcolici, sangue e gambe scoperte, ma nulla di troppo torbido. La domanda è: avrà continuato a seguire il sentiero già battuto? La risposta in breve è: no, ci sono prostitute nude, dischi di Miles Davis e le equazioni di Maxwell; il risultato però è ottimo. La risposta lunga è quanto segue.

Apriamo il volume, pagina 5, citazione:

Nello spazio c’è energia. Sarà statica o cinetica? Se è statica, le nostre speranze sono vane; se è cinetica — e sappiamo per certo che lo è — allora è solo questione di tempo, prima che l’uomo riesca a collegare le proprie apparecchiature agli ingranaggi stessi che fanno funzionare la natura.

Ci sono le volte che vorrei essere un anziano sceriffo Texano, con la faccia di Tommy Lee Jones; questa è una di quelle, perchè potrei dire una frase tipo «Occhèi Jeffy-boy, ti ascolto» e non sembrare scemo. Anzi, potrei anche sputare del tabacco da masticare (e sputare).

Una citazione di Tesla può non sembrare l’inizio più promettente: cinema e letteratura hanno saccheggiato e romanzato in ogni modo la storia di questo incredibile inventore serbo, per non parlare delle improbabili teorie cospirazionistiche nate intorno al suo genio ed alla sua follia; il non trascurabile talento di Smith è stato quello di non banalizzare il personaggio, ed attingere alla componente romantica ed «epica» del suo lavoro, quel «collegare le proprie apparecchiature agli ingranaggi stessi che fanno funzionare la natura» della citazione. Non solo robot e raggi della morte, ma qualcosa di molto più potente: viaggi. Che genere di viaggi non intendo anticiparlo, lo scoprirete al termine del secondo capitolo, dopo un breve monologo del protagonista, Rasl, culminante con uno tra i momenti fumettistici più eccitanti di sempre per un appassionato di fisica e fantascienza.

In maniera non troppo segreta, ho sempre pensato che mentre gli uomini di scienza da sempre apprezzino ed abbiano cercato di capire e fare arte, il viceversa si è verificato raramente. Sono di parte, ma la percezione è che sopravvive una mentalità che vuole scienza e razionalità fredde ed aride, una sorta di nemesi di fantasia e creatività. Un’idea così può nascere solo dalla totale ignoranza di cosa voglia dire fare scienza, ma fortunatamente c’è sempre qualcuno che ne riconosce l’infondatezza; in passato è stato un professore Oxford, Tolkien, per dire. Oggi è Jeff Smith, che non usa la scienza come un filtro fotografico per trasformare un fantasy in un’epopea fantascientifica (non me ne vogliate, a me piace tanto, ma Star Wars questo è, con le astronavi al posto dei cavalli), ma come un elemento della composizione, in maniera solo un po’ più lieve di come facevano Asimov e Philip Dick.

Ricordate altre opere recenti in cui il personaggio spiega la bellezza delle equazione di Maxwell? Queste, per intenderci:

\nabla\cdot B = 0

\nabla\cdot E = \displaystyle\frac{\rho}{\epsilon_0}

\nabla\times E = -\displaystyle\frac{\partial B}{\partial t}

\nabla\times B = \mu_0 J + \mu_0 \epsilon_0 \displaystyle\frac{\partial E}{\partial t}

La cosa che davvero mi ha colpito è l’abilità con cui Smith ha saputo rendere verosimili ed appassionanti gli aspetti propriamente sci-fi e scientifici, fondendo il tutto con una trama noir, personaggi hard-boiled e cultura dei popoli nativi del Sud America. Sul serio, c’è riuscito, ambientando il tutto nella periferia ai margini del deserto. Solo ora, mettendo per iscritto le mie impressioni dopo una seconda lettura del volume, mi rendo conto della quantità di elementi apparentemente inconciliabili che RASL è riuscito a mettere insieme efficacemente, merito anche della sceneggiatura sempre pulita nonostante i frequenti salti temporali. Direi che la serie non poteva cominciare in modo più promettente!

Graficamente, il contrasto netto tra bianco e nero funziona benissimo nel rendere l’ambientazione desertica; ogni tanto si nota che Smith non è del tutto a suo agio con il disegno realistico, con proporzioni un po’ alterate e qualche würstel al posto delle dita, ma niente di grave: l’espressività dei personaggi non ne risente e le scene dinamiche rendono abbastanza bene. Nel complesso il lavoro non è impeccabile, ma fa il suo dovere.

I dialoghi, piuttosto limitati in realtà, funzionano tutti perfettamente, tranne durante un flashback del terzo capitolo, in cui la necessità di «spiegare» rapidamente il diverso contesto rende le battute quasi didascaliche; per intenderci, come quando l’eroe nel condotto dell’aria condizionata spia il cattivo che spiega tutti i dettagli del piano ai suoi tirapiedi che necessariamente lo conoscono alla perfezione. Il risultato è funzionale alla narrazione, ma come dialogo suona artificioso. Ottimi invece i monologhi interiori del protagonista; rendono subito l’idea di un personaggio complesso e credibile (per quanto possibile, considerato quello che fa per guadagnarsi da vivere).

Riassumendo: RASL non è perfetto formalmente, ma è brillante ed appassionante, un’opera di cui mi sono reso conto che avevo bisogno solo dopo averla letta e che dimostra anche che un capolavoro come Bone non si scrive per pura fortuna. Confidando che la serie prosegua allo stesso livello, non posso che consigliare l’acquisto del primo volume a tutti quelli che non abbiano nulla contro prostitute nude, Miles Davis e le equazioni di Maxwell.

La copertina regular di RASL #1.

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